Giovedì 25 giugno, alle ore 21.30, a Lo Quarter (Alghero) sarà protagonista di uno degli appuntamenti più attesi dell’estate culturale e del festival letterario Dall’altra parte del mare
ALGHERO - C’è un viaggio che continua da quasi 3mila anni eppure interroga ancora il presente. Giovedì 25 giugno, alle ore 21.30, a Lo Quarter (Alghero), Andrea Pennacchi sarà protagonista di uno degli appuntamenti più attesi dell’estate culturale e del festival letterario Dall’altra parte del mare: Una piccola Odissea (Galapagos Produzioni), spettacolo di e con Andrea Pennacchi - attore e autore veneto - accompagnato dalle musiche dal vivo di Giorgio Gobbo, Gianluca Segato e Annamaria Moro. Una navigazione originale tra le pagine e l’incedere dell’opera di Omero, che ne restituisce la natura più antica e autentica: quella di racconto orale condiviso capace di tenere insieme mito, memoria personale e destino collettivo. Per Pennacchi, infatti, l’Odissea non è soltanto un classico della letteratura, ma una storia che accompagna la vita (la sua e quella di tante e tanti altri) sin dall’infanzia. E che continua a offrire nuovi spunti, e a generare domande sul nostro presente.
L’Odissea è uno dei racconti fondativi della cultura occidentale. Quando ha capito che sarebbe diventata anche materia teatrale? “Molto presto. È stata una delle prime storie che ho desiderato raccontare in scena, ma anche una delle più difficili. L’Odissea è cattedrale di racconti, piena di voci, prospettive e piani narrativi. Ci sono voluti anni per trovare una forma che ne restituisse la ricchezza: la sua forza sentimentale era evidente sin da subito”.
Viaggi, Narratori. Libri. Grandi storie, distanze di stile e da percorrere, come quella tra Tolkien e Omero.. forse più vicini di quanto si pensi. Cosa rende una storia capace di attraversare i secoli? “Omero e Tolkien, in anni diversi, in modo e lingue diverse, parlano di esseri umani. Che si tratti di eroi greci o di elfi cambia poco: al centro ci siamo sempre noi, con le nostre paure, i desideri, la perdita e la speranza. Creature che restano tali fino a che non abbandonano il corpo, e diventano puro spirito. Queste storie vanno raccontate, continueranno a parlarci tra prospettive diverse e con respiri diversi”. In questa Odissea il mito sembra intrecciarsi continuamente con la vita quotidiana e con i ricordi familiari.. “Non avevo l’intenzione di raccontare me stesso. Però è inevitabile partire dalle cose che conosciamo. Posto che la speranza è che anche parlando di me, riesca a raccontare cose diverse. Il ricordo di mio padre, l’amore di mia madre, l’attesa, il ritorno. Sono esperienze personali che diventano condivisibili, ma non vorrei fosse così per il pubblico che paga un biglietto: sono io che offro a chi mi ascolta da bere per raccontare questo amore. È quello che ho imparato dai grandi narratori: le cose vicine possono diventare epiche e le cose epiche possono diventare vicine. Aprire la porta allo spettatore, portarlo dentro il racconto”.
Nel suo spettacolo il centro del racconto è il ritorno più che il viaggio epico diventato leggenda. Itaca è la meta, il mare è lo scenario. Perché? “Nell’Odissea il mare non è il luogo dell’avventura romantica: queste persone tornano a casa maledicendo il mare. Molto spesso è il luogo della nostalgia. Odisseo e i suoi compagni vogliono tornare a casa, sanno pilotare una barca ma non sono marinai impavidi. Vogliono ritrovare la loro terra, i loro affetti. Non ne possono più di navigare. Questa dimensione mi appartiene profondamente e credo sia ancora molto attuale. Voglia di tornare sempre, aspettano di vedere casa comparire all’orizzonte. Io amo il mare, si. Ma sono anche profondamente attaccato alla mia terra”. Da autore e attore, che cosa continua a insegnarle Omero? “Praticamente tutto. L’idea stessa del racconto nasce lì. L’Omero dell’Iliade non è lo stesso dell’Odissea. Dentro Omero c’è una quantità inesauribile di colori, strumenti, visioni e possibilità narrative. Lo hanno esplorato In tanti, ho visto serie, vecchi film, ora Nolan. È un patrimonio che continua ad accompagnarmi anche quando racconto storie completamente diverse”.
La capanna di Eumeo? “Si è studiato tanto per capire come mai Eumeo sia così importante in questo racconto. Io ho deciso di utilizzare lui e la sua capanna per entrare dritto nel racconto - sorride -. Sono nato in campagna, conosco i tempi e i momenti legati alla vita dei campi, le colture, l’allevamento. Ritualità, consuetudine. Vita”. In un’epoca dominata da contenuti rapidi e individuali, il teatro conserva ancora una funzione particolare? “Credo di sì. Viviamo in un tempo in cui i supporti portano a consumare da soli molte esperienze culturali. Il teatro invece resta uno dei pochi luoghi in cui si costruisce una comunità reale. Ci si ritrova insieme ad ascoltare una storia. È una cosa sempre più rara e proprio per questo sempre più preziosa. Il fast food è una necessità dei tempi, la cena a tavola di amici è quel che arricchisce il tuo essere”.
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