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Luigi Coppola 15 maggio 2006
Vinicio Capossela chiude il Festival Abbaula
A Portotorres un gran concerto inaugura il nuovo teatro Olimpia dopo tre anni di chiusura. L’augurio di una rinascita culturale per la città. “Ovunque Proteggi” è l’ultimo lavoro del più originale cantautore italiano contemporaneo. Folla in delirio per le launeddas scioch di Gavino Murgia


PORTO TORRES – L’ottava edizione del festival musico letterario Abbabula, organizzato dall’associazione sassarese Le Ragazze Terribili, chiude i battenti con un’apertura. La prima volta della manifestazione in itinere a Portotorres per inaugurare solennemente (la sera precedente, di venerdì, il primo battesimo era toccato alla Compagnia Teatro Sassari con la parodia sassarese d’Antonio Petito “Unu suordo, Duie Suordi”, per la regia di Giampiero Cubeddu) l’uso del rinnovato teatro Olimpia. Tre anni dopo l’ultimo spettacolo, trascorsi non senza polemiche e perplessità circa il futuro dell’unico teatro cittadino, la città torna in platea, riempiendo quasi tutte le 560 poltroncine azzurre incastonate al parquet chiaro dell’impianto, ristrutturato con i fondi dell’UE. Tocca a Vinicio Capossela, emergenza seria dell’estro d’autore italiano, attaccare le prime note della rinascita musicale targata Turris. Nato per caso ad Hannover da papà irpino poco più di 40 anni fa, cresciuto artisticamente nella bassa Romagna, costola di Francesco Guccini, Vinicio irrompe sul palco dell’Olimpia in perfetto ritardo pro star, quando mancano una manciata di minuti alle ventidue.Le launeddas di Gavino Murgia enfatizzano una scena ancestrale mista di suoni ed atmosfere primordiali. Capossela con il costume del Mamuthone evoca riti barbaricini misti a preghiere e odi perdute fra riverberi elettronici. La maschera del merdules gli produce una voce rotta e gutturale, la stessa che usa per sprofondare “Brucia Troia”, accolta dal boato d’applausi. Il cantante rischia anche di sprofondare nel “golfo mistico”: lo rivela lui stessa con esilarante ironia, ricordando gli spazi ristretti del nuovo palco (avvolto nel buio e con la maschera che quasi lo rende cieco) che secondo le nuove norme di sicurezza non potrà disporre di scenari mobili. Sono sei i musicisti che accompagnano Vinicio: fra questi oltre Murgia, brilla il contrabbasso di M. Zubironi i drum di Zeno De Rossi. Il concerto evolve in fasi spettacolari, un originale work in progress dove l’artista diviene illusionista. Ombre cinesi proiettate e affreschi colorati fanno da sfondo ai brani più attesi: “Pena”, “Lanterne Rosse”, “Nel blu”. Pochi minuti di pausa per cambiare ancora look: tuba e gessato per distribuire in platea petali rossi. Cresce il pathos. Il pubblico canta e batte le mani al ritmo per ballate, valzer e marcette: una retorica surreale che evoca forti amarcord Felliniani. Una maratona di suoni (saranno 180 i minuti dello spettacolo), intervallata da confidenze che marcano l’amore con l’isola ed i suoi prodotti, la birra su tutti, prima di esplodere nel rush finale. Canti d’antichi ricordi del mare (struggente il racconto dedicato alla Santissima dei naufragati) miscelati al rock liturgico (in settimana s’era consumato l’altro appuntamento Abbabula turritano con Lindo Rossetti: tutta un’altra storia) del Gesù Cristo ska di “Gioia”. “Marajà” e “Medusa” preludono l’apoteosi finale quando manca poco alla una: “Il ballo di San Vito” con le terribili launeddas del gran Murgia e Vinicio che benedice tutti..."Ovunque proteggi”.
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