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Monica Caggiari 3 agosto 2005
Pubblico algherese ammaliato dalla voce di Elena Ledda
L’apertura, affidata a “Pesa”, struggente ballata d’amore, che è anche un inno alla mescolanza artistica di questa grande culla di genti e culture che è il mediterraneo, ha segnato in maniera inconfondibile tutta la serata


ALGHERO - Una geometria perfetta nella disposizione degli elementi e per le sonorità altrettanto eccelse, ha impreziosito il palco del Forte della Maddalenetta che ieri, 2 agosto, ha ospitato il concerto di Elena Ledda. L’inconfondibile voce del panorama musicale sardo, ha ipnotizzato il pubblico, conducendolo in quello che si è rivelato un viaggio virtuale negli angoli della nostra Sardegna.
L’artista, alla sua ottava fatica con l’etichetta “Marocco Music”, ha ammaliato la folla con la sua incantevole voce, sapientemente sottolineata dall’accompagnamento vocale di Simonetta Soro e da quello strumentale, davvero travolgente, del compagno dei viaggi musicali di sempre, Mauro Palmas alla mandola, e d’altri collaboratori di vecchia data, come Silvano Lobina al basso, Andrea Ruggeri alla batteria e Marcello Peghin alla chitarra.
L’apertura, affidata a “Pesa”, struggente ballata d’amore, che è anche un inno alla mescolanza artistica di questa grande culla di genti e culture che è il mediterraneo, ha segnato in maniera inconfondibile tutta la serata. “Amargura”, canzone che dà il titolo all’ultimo progetto discografico, è stata introdotta da una breve dedica, accorata come i lievi accordi iniziali, una preghiera, un memento per la tragica uccisione di due bimbi, uno campano, l’altro sardo, ricordati dalla cantante il cui pensiero è andato alle altre creature che, invece, “Se ne vanno e non lo saprai mai, non hanno un nome per ricordarle”.
Poi è cominciato l’excursus nei vari dialetti della nostra Regione. Dal gallurese di “Palchi no torri?” al campidanese di “Dillaru” fino al nuorese stretto di “Sa Neghe” e al logudorese di “In s’ora”, Elena Ledda si è confermata capace di una notevole estensione vocale e di un’abilità interpretativa radicata nel tempo, nella storia e nella religiosità della Sardegna. Così il “Deus ti salvet Maria”, introdotto, come in numerose occasioni durante la serata, da vere e proprie performance strumentali dei musicisti, ha sancito la sacralità di un dono, quello del canto, che l’artista vive con passione e trasporto talmente intensi da confermare ciò che spesso viene detto di lei: “Le sue canzoni possiedono la verità del cuore, quell’autenticità che esiste ancora ed ancora pulsa incessante”. Incessante come la presenza della storia, cantata con “Procurade ´e moderare”. Incessante come la sua ricerca musicale nei meandri dei ritmi mediterranei e la sua voglia di raccontare la Sardegna anche attraverso dei tributi, come quello dedicato a Fabrizio De André, del quale ha ripreso, in sardo, “Tre Mamas”.
Una terra che Elena Ledda ama, tanto da volerla preservare, senza cercare di fermare i tempi, ma riflettendo sulla velocità dei cambiamenti e dell’evoluzione dell’uomo che mentre “il tempo gira al contrario, ha fretta l’uomo nuovo”, così nel testo di Michele Pio Ledda e di Lino Cannavacciuolo, autori della maggior parte delle canzoni di “Amargura”, capolavoro delle proposte “in limba” e insieme omaggio ad una cultura millenaria, che vuole destarsi e prepotentemente ribadire la sua specificità.

Nella foto: Elena Ledda
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