«Ci risulta che quasi nessuno dei 21 mila iracheni ospiti del nostro paese abbia potuto votare. Per farlo, infatti, avrebbero dovuto recarsi a Parigi per ben due volte, prima per iscriversi alle liste elettorali»
ROMA. Quattordici nazioni al mondo hanno aperto i seggi per gli elettori iracheni lontani dal loro Paese, ma tra questi stati, che hanno permesso l’utilizzo del più importante tra gli strumenti per l’applicazione della democrazia, non figurava l’Italia. Il fatto, segnalato di recente anche attraverso alcune dichiarazioni giunte ad Alguer.it, ha suscitato polemiche e portato ad un’interrogazione, inoltrata lo scorso primo febbraio al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Interni, da parte del gruppo dei Verdi, che, attraverso il parlamentare Marco Lion, ha chiesto chiarimenti in merito alla vicenda.
Il deputato del Sole che ride ha segnalato così l’antefatto: «Ci risulta che quasi nessuno dei 21 mila iracheni ospiti del nostro paese abbia potuto votare. Per farlo, infatti, avrebbero dovuto recarsi a Parigi per ben due volte, prima per iscriversi alle liste elettorali e successivamente per votare. Dobbiamo poi considerare che tra gli aventi diritto c’erano non solo gli italo-iracheni e i possessori di carta di soggiorno, ma anche i titolari di permesso di soggiorno. Peccato però che, in base alla Bossi-Fini, questi ultimi non possono circolare oltre i confini nazionali. Quindi avrebbero corso il rischio di non poter più far ritorno in Italia! Oltre il danno, la beffa». Lion ha proseguito nell’interrogazione segnalando che in molti altri paesi, tra cui Stati Uniti, gli iracheni hanno potuto votare, ma «da noi, il paese che ha il terzo contingente militare in Iraq, no. Sembra che neppure l’ambasciatore iracheno abbia potuto votare!». L’interrogazione, si è chiusa con due domande: se le autorità italiane fossero a conoscenza della vicenda; e per quale motivo nulla sia stato fatto per mettere i cittadini iracheni in condizioni di poter partecipare alle elezioni.
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