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Red 2 novembre 2020
«Nonni, figli e nipoti rimandate gli incontri»
«Proteggiamo anziani e categorie a rischio», è il consiglio che da il medico chirurgo Pietro Demurtas, consigliere comunale sassarese di Sardegna Civica


SASSARI - La letalità per Covid-19 calcolata con gli studi sulla sieroprevalenza è compresa tra lo 0.3 e lo 0.6percento. Leggendo le ultime analisi riportate dall’Istituto superiore di sanità, aggiornate a pochi giorni fa, che calcola la letalità con il secco rapporto tra numero di positivi e numero di decessi, emerge chiaro che la stragrande maggioranza dei malati ha un’età avanzata. Osservando i numeri si evince che tra tutti i soggetti deceduti per Covid-19 solo 1percento aveva meno di cinquant'anni. Ad oggi, in Italia, la letalità fra i zero e trent'anni è prossima allo 0percento. La mortalità cresce moltissimo con l’avanzare dell'età. Ad esempio: un uomo di quarantacinque anni, senza patologie pre-esistenti che si infetta di Coronavirus, ha una probabilità di sviluppare scarsi sintomi o niente nel 95percento dei casi e una probabilità di sopravvivere di più del 99percento. Una persona Covid-positiva di settantacinque anni ha una probabilità di morire del 21percento (26 per gli uomini e 15 per le donne). Avanzando con l’età, la mortalità cresce sempre di più. Nella fascia di età ottanta-novant'anni la letalità è del 30percento (41 per gli uomini e 24 per le donne). Questo significa che un ottantenne su due che contrae il virus muore.

E' l'esame che il medico chirurgo Pietro Demurtas, consigliere comunale sassarese di Sardegna Civica fa della situazione attuale: «Considerando che in Italia abbiamo la popolazione più vecchia d’Europa con 14milioni di over 65 (7milioni over 75) possiamo immaginare quanto pericoloso possa essere il virus per la capacità di gestione del Sistema sanitario». La stragrande maggioranza dei pazienti che necessitano di ricovero sono anziani. Gli ospedali italiani sono al collasso, intasati dai ricoveri, dalle richieste di visite mediche. Questa grave situazione potrebbe migliorare parecchio se si concentrasse l’attenzione sulla protezione di questa categoria a rischio. Considerato che quasi tutti gli anziani sono in pensione, conducono una vita di relazioni meno legata alle attività produttive del Paese, sacrificare momentaneamente la loro libertà di movimento comporterebbe un minor danno per l’economia rispetto ad un lockdown generale. E, per contropartita, decongestionerebbe la gestione difficoltosa delle strutture sanitarie.

«Pertanto – prosegue il medico - cerchiamo di rinforzare e promuovere la regola già divulgata di una massima attenzione al non infettarsi per questa categoria a rischio. Se abbiamo oltre i sessantacinque anni cerchiamo di stare a casa il più possibile evitando ogni relazione in presenza. Se invece siamo più giovani rinunciamo, per un periodo di alcune settimane, ad andare a trovare i nostri genitori anziani o a portare i nipotini dai nonni. Capiamo il disagio di genitori con bambini piccoli a cui verrebbe meno l’importante ruolo dei nonni nell’aiuto familiare. Ma l’incapacità del Sistema sanitario di reggere l’impatto dei numeri dei malati e delle richieste del ricovero verrebbe aiutato parecchio da tale sacrificio. Non sappiamo il futuro cosa ci riserverà, come evolverà la malattia e come cambieranno le cose. I dati raccolti dalle società scientifiche sono in continua evoluzione. Ovviamente, sia i vecchi che i giovani non possono privarsi a lungo di una vita di relazione fatta di contatti fisici veri. Ma per ora proteggiamo al massimo la generazione che ci ha cresciuti». La stessa attenzione è ovviamente da riservare anche ai portatori di altre patologie che risultano essere anche loro inserite nelle categorie a rischio per ricovero e letalità.

Nella foto: il consigliere comunale Pietro Demurtas
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