Ecco il commento della presidente dell’associazione Socialismo Diritti Riforme Caligaris, a proposito delle decisioni sul sistema carcerario del ministro Alfano
CAGLIARI - «Il nuovo piano carceri del ministro Angelino Alfano, che ha senz’altro il merito di aver riconosciuto, anche se tardivamente, lo stato di emergenza, non può escludere la Sardegna. Basti pensare ai gravissimi ritardi accumulatisi nella costruzione delle nuove strutture di Sassari, Oristano e Cagliari, all’assenza di un istituto per donne detenute e alla totale mancanza di iniziative per garantire istituti idonei ad accogliere i differenti gradi dei carcerati malati di mente, sieropositivi, tossicodipendenti, disabili, anziani. Un serio progetto deve guardare alla realtà di tutto il Paese nel rispetto delle norme previste dall’ordinamento penitenziario».
Lo afferma la presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme” Caligaris, sottolineando che “ben vengano duemila nuovi agenti di Polizia Penitenziaria ma sono davvero pochi se si pensa che solo a Buoncammino ne mancano ottanta e molti stanno per andare in pensione o hanno problemi familiari e/o di salute. Qualunque intervento – ha aggiunto – deve essere pensato in chiave rieducativa. Non bastano insomma i posti-letto. E’ invece indispensabile pensare a incrementare il numero degli educatori e degli psicologi che devono poter lavorare a tempo pieno in collaborazione con assistenti sociali da dedicare a questo servizio soprattutto nei grandi centri. Il detenuto che ha terminato di scontare la pena deve essere seguito nel reintegro in società almeno per un anno, in modo che il suo ritorno in famiglia sia meno problematico e possa avere un lavoro che lo renda autonomo. Occorre creare una rete in grado di attivare un sistema di recupero con cooperative sociali e case famiglia».
«Un progetto che non voglia essere soltanto un palliativo – ha detto ancora l’esponente socialista – deve pensare di incrementare i laboratori interni alle Case Circondariali e offrire corsi professionali. Il lavoro è l’unico strumento per dare dignità alle persone che per ragioni diverse hanno commesso gravi errori. Queste premesse possono inoltre creare il presupposto per facilitare l’accesso alle pene alternative e attivare quei meccanismi che rendono il carcere un parcheggio a tempo determinato e non un luogo di sofferenza. E’ infine necessario sburocratizzare il “Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria” in modo che i detenuti scontino la detenzione vicino alle famiglie”. Insomma – ha concluso Caligaris – l’emergenza carceri non può essere considerata solo un problema di spazi, seppure indispensabili per ridurre i rischi di autolesionismo e di violenza, non è un problema di protezione civile. E’ una questione di civiltà connessa ai diritti umani e ai bisogni reali di una società la cui sicurezza si garantisce evitando la recidiva, cioè risanando il tessuto sociale».
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