La Banca del Sud potrebbe rappresentare uno strumento importante per lo sviluppo, dice il sindacato, ma è prioritaria una politica del credito e il rafforzamento dei servizi nell’isola
CAGLIARI - Il Consiglio dei ministri ha approvato, non senza contestazioni, il disegno di legge che darà vita alla "Banca del Mezzogiorno". Un'iniziativa per il rilancio economico del Sud che però non a tutti piace.
«L’importante iniziativa della Banca del Sud, che dovrebbe garantire credito a condizioni migliori alle imprese del Meridione, non esaurisce però la necessità e l’urgenza di un progetto tutto sardo di completamento e rafforzamento dei servizi creditizi nell’Isola per sostenere lo sviluppo locale e regionale, le imprese che operano nel territorio o che intendono allocarsi, le famiglie sarde, mentre la mancanza nella nostra Isola di una rete di sportelli delle Banche di Credito Cooperativo capillare, rendono infatti difficilmente realizzabili gli intendimenti dell’iniziativa».
Queste le parole dei segretari sardi della Cisl e della Fiba Cisl Mario Medde e Tonino Usai sul provvedimento proposto dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Negli anni della Rinascita l’intervento pubblico, dichiara il sindacato, aveva predisposto un “sistema regionale del credito” strutturato su tre capisaldi: una banca di credito ordinario, agrario e fondiario (Banco di Sardegna); un istituto “speciale” per il mediocredito industriale (il Cis); e infine una società finanziaria per il venture capital e la promozione industriale (la Sfirs).
Oggi, con l’intervenuta de-specializzazione bancaria, prosegue la Cisl, e con le maxi-fusioni fra banche, sono sparite le banche regionali (cioè con menti, guida e interessi di casa, a parte il discorso sulle banche di credito cooperativo), mentre la Sfirs appare una sorta di ibrido, pencolante fra una sorta di salvagente alla Gepi e di società di revisione interna per la Regione.
Ora, per ridare al credito la funzione d’essere uno degli strumenti istituzionali per lo sviluppo, insiste la Cisl, vista l’assenza di una banca “sarda” (intendendo con questo una banca con centri decisionali in loco ed una conoscenza profonda delle esigenze del territorio), la Regione, deve partire dal presupposto che i processi di erogazione del credito, rispetto alle esigenze attuali dell’economia e della società della Sardegna, sono inadeguati e carenti.
Si dovrebbe attuare, innanzitutto, continua la Cisl, delle convenzioni con gli attuali istituti bancari operanti nell’Isola perché inseriscano nel loro portafoglio di prodotti delle operazioni di consolidamento a medio termine dei debiti a breve, finalizzati alla difesa dell’occupazione ed alla ripresa degli investimenti nelle Pmi operanti nell’isola, e ridare alla Sfirs chiarezza di ruolo e di compiti, specializzandola nelle attività di “prestatrice” a tempo di capitale di rischio sia nella fase di start-up che nel sostegno di piani industriali finalizzati allo sviluppo quantitativo e qualitativo delle attività (innovazioni di processo e di prodotto) e facendosi carico delle professionalità e delle attività presenti nella società Sviluppo Italia Sardegna attualmente in colpevole liquidazione.
In questa direzione la Cisl sarda, nel corso del convegno di quale giorno fa, organizzato dalla Federazione dei Bancari della Cisl, ha chiesto alla Regione di promuovere in tempi rapidi una Conferenza regionale sul credito per avviare un’adeguata politica di settore e per integrare così le politiche dello sviluppo e di promozione del lavoro con il rafforzamento di tutti i servizi creditizi ed un ruolo più attivo dei Consorzi Fidi che dovrebbero crescere dimensionalmente.
Infatti, senza una politica regionale del credito anche la Banca del Sud rischia di non incidere nelle politiche dello sviluppo e di non entrare in sintonia con la programmazione locale e regionale, e in primo luogo con il programma pluriennale di sviluppo.
Nella foto: Mario Medde segretario generale della Cisl sarda
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