Pasquale Chessa racconta il duce con una biografia per immagini. «Mussolini ebbe un rapporto bulimico con la fotografia e i fotografi». Se ti riconosci nella foto ad Alghero, scrivi alla redazione di Alguer.it
ALGHERO - "Dux". Benito Mussolini: Una biografia per immagini. E' l'ultima fatica del giornalista algherese Pasquale Chessa. Una vita (quella del Duce), fatta d'immagini appunto, tra le quali quella scattata nel 1935 ad Alghero
(foto a fianco) , durante un viaggio in Sardegna, dove passa in rassegna gli evanguardisti premarinai della città. Se qualcuno ad Alghero si riconosce, o riconosce un suo padre, nonno o parente, può scrivere alla redazione di Alguer.it. Di seguito l'intervista esclusiva pubblicata da "La Nuova Sardegna", a firma di Paolo Merlini.
Nel 1994, quando Berlusconi annunciò il suo ingresso in politica, spiegò le proprie ragioni in un video preconfezionato inviato ai telegiornali, che con poche eccezioni (tra le reti pubbliche, certo non fra quelle del Cavaliere) mandarono in onda integralmente. Al Tg1 al termine del filmato il direttore Demetrio Volcic si soffermò a lungo con gli ospiti in studio sulle tecniche di «comunicazione di massa» utilizzate e sulla profonda novità per la politica italiana: la calza sull’obiettivo della cinepresa per suggerire allo spettatore un’ovattata familiarità, le abili inquadrature, i particolari dello studio. Per dirla con Eco, insomma, il significante predominò sul significato, nella certezza generale - risultata errata ancora 14 anni dopo - che il fenomeno Berlusconi in politica si sarebbe esaurito in breve tempo. Ma il dato più interessante di quella vicenda è che Berlusconi non aveva inventato niente di nuovo, e anzi si era limitato a utilizzare un metodo, o un know how come direbbe lui, che gli italiani avrebbero dovuto ricordare.
Queste considerazioni vengono in mente, almeno a chi scrive, sfogliando l’ultimo libro di Pasquale Chessa, giornalista, vicedirettore di Panorama e autore in passato di libri-intervista che hanno provocato accesi dibattiti, come quelli con lo storico Renzo De Felice o l’ex presidente Francesco Cossiga. Il suo «Dux», sottotitolo «Benito Mussolini: una biografia per immagini» (Mondadori, 400 pagine, oltre 400 foto, 25 euro), e lì a dimostrarci che la storia, se proprio non si ripete, qualche volta propone dei modelli sempre utili. «Non sono portato a fare paragoni tra contesti storici così differenti e lontani - dice Chessa, algherese, 61 anni - ma certo con Mussolini si afferma una modernità mediatica che da allora poi diventa una costante per tutti coloro che fanno politica-spettacolo. Berlusconi compreso».
Per raccontare l’ascesa di Mussolini e il suo declino, dalla marcia su Roma del marzo 1922 al cadavere appeso a testa in giù a piazzale Loreto il 29 aprile 1945, Chessa ha setacciato archivi, dalla Mondadori al New York Times, dall’Agi (Agenzia Italia) a collezioni private. Il risultato è un libro che si legge come un fotoracconto, dove i testi accompagnano le immagini descrivendo fatti storici e aneddoti legati alle singole foto. Immagini per larga parte inedite, o comunque meno note rispetto all’iconografia classica del duce, che servono a Chessa per raccontare «La messa in scena del fascismo», titolo del primo capitolo ma anche, come spiega l’autore, tesi di fondo del libro.
Lei racconta un particolare curioso scoperto nel retro di alcune foto conservate al New York Times. L’invito a utilizzare quelle dove il volto di Mussolini appare più truce.
«È un’indicazione che ho trovato più volte, ma che non ho potuto approfondire perché uno studio simile nell’archivio del New York Times richiederebbe settimane. Avevo appena due giorni a disposizione, e mi è bastato lo stupore degli archivisti quando ho chiesto di consultare in così breve tempo tutti i faldoni su Mussolini, circa cinquanta, divisi su due pile alte un metro ciascuna. Ho visto migliaia di immagini, ma ne ho scelte solo una trentina».
Che idea si è fatto dell’atteggiamento dei media americani verso Mussolini?
«Fino al ’38 viene considerato una star, non c’è una percezione negativa. Mussolini piace, e sino a quell’anno cruciale per la storia gli americani sembrano dire: noi uno così non lo prenderemmo mai, ma agli italiani un po’ di dittatura non guasta». - Torniamo alle tecniche di comunicazione. Mussolini inventa qualcosa di nuovo? «No, erano tecniche note. Negli Usa, per esempio, dove in politica si usava già il cinema. Questo sistema Mussolini lo applica all’Italia, in particolare attraverso la fotografia. È un leader giovane, un primo ministro atipico, ama farsi fotografare e sa mettersi in posa. Fa politica-spettacolo, in modo inedito: non è il fascismo che inventa la modernità, ma è la modernità che spinge il fascismo a essere in linea con tempi».
Dalla sua, come lei sottolinea, ha accanto una guida esperta come Margherita Sarfatti, colta, con ottime conoscenze, esperta d’arte. Ciò che oggi si direbbe una consulente di immagine.
«Esatto, anche se il suo ruolo nella costruzione del personaggio Mussolini viene spesso sottovalutato. È lei a spiegargli che arte e politica possono essere la stessa cosa, o che la politica può diventare una forma d’arte. Probabilmente è sempre lei a suggerirgli come vestirsi. Anche se le stravaganze nell’abbigliamento faranno sempre parte della sua vita. Amava cambiare abito e stile molto spesso».
Siamo abituati a pensare al Mussolini dalla «mascella volitiva», in camicia nera, fez o elemetto, in canottiera o a torso nudo come leader operaio o contadino a seconda dei casi, e invece in quelle foto vediamo un duce raffinato ed elegante, persino un po’ gagà. Immagine che spesso invece viene accostata a Galeazzo Ciano.
«Qui si nota la mano di quell’esteta che era la Sarfatti. A parte la strana passione per le ghette, che aveva acquistato a Cannes, e che per lui erano un segno molto internazionale. Le indossa quando va a ricevere l’incarico di primo ministro, anche se in quell’occasione è costretto a usare uno smoking prestato dai suoi collaboratori. Se si guardano le foto sino al ’22, si vede che non ha gli abiti per fare il politico. Ha un’eleganza un po’ da parvenu».
Quando comincia la costruzione del personaggio mediatico?
«Prestissimo. Mussolini è consapevole di avere uno stile che, come si dice, buca l’obiettivo. Lo si capisce sin da quando viene ferito nel Carso e si fa fotografare in barella».
Un aspetto importante della sua ricerca è stato risalire agli autori delle foto.
«L’ho ritenuto un passo necessario. Così mi sono imbattuto in Vitullo, un fotografo romano indipendente che negli anni Trenta segue Mussolini in ogni dove. Le sue foto fanno il giro del mondo, le ho trovate un po’ in tutti gli archivi consultati. Le vendeva a chiunque. Perché Mussolini, al contrario di Hitler con Hoffmann, non aveva un fotografo ufficiale. Non ne voleva uno solo perché ne aveva una caterva».
Ovviamente il duce voleva supervisionare le foto prima che circolassero. Lei si è imbattutto in qualche suo visto d’approvazione?
«La questione delle foto visionate è sostanzialmente una favola. Sicuramente, come molte testimonianze riportano, ne visionava alcune, ma il sistema era talmente complesso che non potè farlo a lungo. I suoi visti sono pochissimi».
Anche perché una traccia da seguire l’aveva già data. Non c’era che da adeguarsi...
«Chiaro, ma a mio avviso il culto di Mussolini cresce senza il bisogno della dittatura dell’immagine che invece poi stabilisce. Perché l’istituto Luce nasce nel 1926, l’Ufficio Stampa ancora più tardi, il Minculpop addirittura nel 1936».
Un altro dei fotografi più assidui del duce citati nel libro è Porry Pastorel.
«Lui è un caso a parte. Quando si affaccia Mussolini, era il principe dei fotografi romani, forse italiani. È l’autore delle foto della marcia su Roma, e di un vero e proprio allestimento scenico in piazza del Popolo, con Mussolini e i suoi che vanno in una direzione che non porta da nessuna parte, solo per aver come sfondo le cupole. Quando parlo di messa in scena attraverso le immagini mi riferisco anche a casi come questo. È evidente che tra i due, il duce e il fotografo, c’era un rapporto di complicità. E pensare che Porry Pastorel è l’autore della famosa foto dell’arresto di Mussolini nel 1915, dove viene preso per il bavero del cappotto e trascinato dai poliziotti. Un’immagine che certo il capo del fascismo non amava».
Lei ha dato alle stampe questo libro mosso da intenti storiografici, per non parlare della sua passione e competenza per la fotografia. Ma le spiacerebbe se, con il Natale che si avvicina, dovesse finire come regalo sotto l’albero di qualche nostalgico o qualche neofascista, magari assieme ad altre memorabilia mussoliniane? Glielo chiedo perché, al contrario delle foto che troviamo all’interno, quella di copertina, col faccione di Mussolini con l’elmetto, ricalca l’iconografia più classica: quel profilo serializzato che ha tristemente accompagnato gli italiani nel ventennio. E anche il titolo, «Dux», fra l’altro nel carattere tipografico standard del fascismo, può indurre in equivoco.
«Questo non è un libro che glorifica Mussolini, mi preme chiarirlo. Al contrario, vuole esprimere una condanna totale verso il fascismo. La tesi è mostrare come Mussolini ha costruito la propria immagine, scambiando l’ordine simbolico per l’ordine reale come dice Umberto Eco, e che quando sarà messo di fronte alle scommesse della storia, la vera politica, lui scambierà i labari per baionette, le masse per eserciti, le folle plaudenti per soldati e porterà l’Italia al baratro. La mia presunzione è che il libro aiuti a capire questi passaggi, e aggiunga molto all’immagine negativa del duce, spiegandoci come è stato possibile l’equivoco: come dire, il gioco della politica totalitaria di massa. Quanto al titolo, è un gioco di destrutturazione del mito, che usa lo stesso della prima biografia della Sarfatti nel ’26, che quel mito era servito a costruire. Ho cercato di fare un libro che, senza essere ideologicamente antifascista, descriva come ha funzionato il meccanismo della messa in scena. Perché il fascismo è stato soprattutto questo, un allestimento scenografico della politica».
Si ringrazia "La Nuova Sardegna" per la riproduzione esclusiva su Alguer.it
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