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Mario Salis 12 agosto 2019
Il Governo ha fallito, Democratici al bivio
La crisi di Governo aperta dal ministro dell’Interno con la richiesta di “pieni poteri” pone il Partito democratico di fronte a due possibilità: prepararsi a fare una durissima opposizione a un Governo guidato da Matteo Salvini, insieme a tutte le forze politiche che decideranno di mantenersi nel perimetro costituzionale e democratico, oppure, insieme a quelle stesse forze, provare a disinnescare l’ordigno a orologeria che il capo della Lega sta da tempo posizionando sotto ai pilastri della nostra architettura democratica e che ora ha spregiudicatamente attivato


La crisi di governo aperta dal ministro dell’Interno con la richiesta di “pieni poteri” pone il Partito democratico di fronte a due possibilità: prepararsi a fare una durissima opposizione a un Governo guidato da Matteo Salvini, insieme a tutte le forze politiche che decideranno di mantenersi nel perimetro costituzionale e democratico, oppure, insieme a quelle stesse forze, provare a disinnescare l’ordigno a orologeria che il capo della Lega sta da tempo posizionando sotto ai pilastri della nostra architettura democratica e che ora ha spregiudicatamente attivato. Dare per scontato che il Movimento 5 stelle non voglia o non sia in grado di far parte di questo perimetro democratico-liberale senza andare prima a verificarlo con la serietà, la buona volontà e anche la gravità che la delicata situazione ci impone, oltre che un manifesto pregiudizio, agli occhi della Storia potrebbe rivelarsi un errore politico di cui, un giorno, saremo chiamati a rispondere. Sono ben consapevole delle differenze che ci separano dai 5S e ricordo anch’io le continue offese, le umiliazioni e il fuoco di fila a base di demagogia e fake news che ci hanno riservato fin qui. Allo stesso modo, sono altrettanto consapevole delle violente differenze che separavano i monarchici dai repubblicani, i socialisti dai democristiani, gli azionisti dai comunisti. Differenze che non impedirono a quelle forze di coalizzarsi e collaborare per la salvezza e il riscatto del Paese.

La Storia ci pone talvolta di fronte a richieste sgradite, oltre che difficili. La differenza tra un partito che pone l’interesse del Paese davanti all’interesse di parte, prediligendo una visione politica e sociale a lungo termine, capace di traguardare gli anni e le decadi e non solo le settimane e i mesi, sta tutta nel modo in cui a quelle richieste risponde. Allo stesso tempo, avere la forza, il coraggio e l’umiltà di assumersi la responsabilità di governare gli eventi, piuttosto che subirli, è quel che caratterizza l’impegno politico e distingue un partito da un club cinefilo. Credo sia infatti giunto il tempo di ammettere che la “strategia dei pop corn” non è più eticamente sostenibile, perché quello che stiamo guardando è un film dell’orrore dove i protagonisti sono persone vere. Un film in cui a centinaia muoiono nel Mare nostrum (uomini, donne, bambini), mentre sui social media altri uomini e donne, avvelenati e quotidianamente aizzati come cani rabbiosi, gioiscono e a loro volta inveiscono contro degli sventurati con frasi qui irripetibili. Un film in cui salvare vite è diventato reato e protestare in piazza vietato. Un film in cui la vera sicurezza, frutto del controllo del territorio da parte delle Forze dell’ordine e della promozione dei valori umani, viene sbeffeggiata. Un film in cui l’Italia non cresce, l’economia ristagna, l’Iva aumenta al 25percento e la colpa viene sempre data a qualcun altro, possibilmente straniero o, in sua assenza, al Pd. Un film in cui i diritti umani vengono rimessi in discussione e in cui si erodono a poco a poco le conquiste sociali di donne, omosessuali, bambini, portatori di disabilità. Un film in cui i buoni sentimenti sono diventati un disvalore e, mentre si baciano Madonnine e Vangeli, si rinnegano spudoratamente quegli stessi valori cristiani a cui ci si appella. Insomma, un film che non ci piace e che, sfortunatamente, non è nemmeno un film. È la realtà.

Ma adesso basta. Se c’è un momento giusto, prima che sia troppo tardi, per sparigliare le carte e per mandare all’aria i piani dinamitardi di chi non gradisce i confini imposti dalla democrazia liberale, dalla Carta Costituzionale e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, quel momento è adesso. Naturalmente un qualsiasi accordo di resistenza con i 5S, ammesso che a loro interessi (ed è proprio ciò che andrebbe al più presto verificato), non potrebbe prescindere da questi sei assiomi: L’azzeramento dell’attuale classe dirigente del Movimento, dimostratasi inadeguata e collusa con le istanze disumane e illiberali di matrice salviniana; L’abrogazione dei due cosiddetti decreti sicurezza; La rimodulazione del reddito di cittadinanza sul modello del reddito di inclusione, che offre maggiori garanzie di giustizia ed efficacia sociale; Il mantenimento degli 80euro, che, come i lavoratori ben sanno, non sono di Renzi, ma di chi se li ritrova in busta paga: uomini e donne con uno stipendio medio di 1000/1100euro al mese, per i quali 960euro in più all’anno possono fare la differenza; La sterilizzazione dell’aumento dell’Iva, che andrebbe a comprimere ulteriormente consumi ed economia gravando, tanto per cambiare, sulle spalle di chi ha meno; Una piattaforma politica lungimirante fondata su un concreto e radicale ambientalismo, dando il massimo impulso alla cosiddetta green economy (perché se non avremo più un pianeta su cui vivere, tutte le altre considerazioni non avranno la minima importanza), e su una rinnovata visione sociale che ponga la persona umana al centro dell’agire politico.

Immagino già le possibili obiezioni a questa proposta. Ad alcune credo di aver già risposto. Ma ce n’è almeno un’altra, la più insidiosa, che non ho ancora affrontato. Infatti, c’è chi potrebbe giudicare azzardato l’accostamento con la stagione della Resistenza. Qualcuno potrebbe stimare esagerate le mie considerazioni e sostenere che non c’è alcun ordigno esplosivo collocato sotto i pilastri del nostro edificio democratico-costituzionale. A questa obiezione non risponderò, perché la risposta l’ha già data Matteo Salvini chiedendo, come ho virgolettato in apertura, che gli elettori gli diano pieni poteri. Ben sapendo che, in una democrazia liberale, i poteri non possono e non devono mai essere pieni. In una democrazia che sia davvero tale, tutto il delicato equilibrio si fonda sulla separazione dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario e su un sistema di bilanciamento interno ed esterno a ciascuno dei poteri. Inoltre, come scrisse Giovanni Spadolini venticinque anni fa, «in democrazia, chi ha la maggioranza ha il governo, non il potere». Un vicepremier e ministro dell’Interno che chiede al popolo pieni poteri sta lanciando un segnale forte e chiaro. Un segnale che, d’altronde, col suo sovranismo rabbioso e populista, ci sta inviando da tempo. «Sono preoccupato», ha dichiarato recentemente Papa Francesco riferendosi al sovranismo imperante, «perché si sentono discorsi che assomigliano a quelli di Hitler nel 1934». Somiglianze che dovrebbero spingerci a mettere da parte ogni riserva basata su orgoglio, pregiudizi e convenienze di questa o di quella componente. Dovrebbero invece renderci saldi nell’azione, pur nel rispetto del pluralismo interno (che è un nostro valore), e farci assumere le responsabilità che la Storia ci richiede, cogliendo le occasioni che le circostanze ci offrono e facendo del nostro meglio per farle fruttare a unico beneficio della democrazia, dei diritti umani e sociali e della Repubblica italiana.

* segretario del Circolo Pd Alghero
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